La canta a volte da solo. «Sono un ragazzo fortunato di Jovanotti è la mia canzone preferita. Ecco, io mi sento così». Andrea Prota, 52 anni, è da due mesi presidente dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Napoli. Un incarico che arriva dopo un anno dalla nomina alla presidenza della Scuola politecnica della Federico II, alla guida di tre Facoltà architettura, ingegneria e scienze. Undici Dipartimenti, 30 mila studenti, 1100 docenti, «non me lo sarei mai immaginato quando ho cominciato. Ci sono voluti impegno e sacrificio, un master negli Stati Uniti, ma mi sento riconoscente alla vita». Originario di Gragnano, lascia la città della pasta nel 2006. «Da quando mi sono sposato vivo a Napoli», dice.

Torniamo indietro, perché ha scelto di diventare ingegnere?

«Per passione: mio padre era ingegnere. Ero nel seggiolone e già passavo ore nel suo studio. Da piccolo guardavo i collaboratori che disegnavano sulla “carta mozzarella”. Respiravo quegli odori. Mio padre mi portava sui cantieri quando ancora si usava mettere una bottiglia nella costruzione per buon augurio, un mondo che non c’è più. Se si sbagliava un disegno bisognava rifare tutto daccapo, oggi i giovani usano tecnologie avanzate».

Una eredità di famiglia, avrà reso felice suo padre…

«Al contrario. Me l’aveva sconsigliato. “Tu sei sicuro?”, mi chiese. Ma io non ho mai pensato di potere fare altro. Mi ha sempre appassionato l’idea di risolvere problemi che cambiano la vita delle persone. Lasciare un segno nei luoghi. Ho fatto parte della comunità scientifica inviata nel 2009 a L’Aquila dopo il terremoto di aprile. Ci sono stato a lungo, a casa mio figlio aveva solo un anno. Ma è stato un grande risultato quando siamo riusciti a intervenire per mettere in sicurezza le scuole in tempi rapidi. Senza scuola le famiglie si sarebbero trasferite e poi spesso non si torna più indietro. Mi sono state utile le ricerche nel settore. Adesso il nostro intervento è in manuali richiesti a livello internazionale per la rapidità. A settembre le scuole non del tutto compromesse erano già aperte».

Ma intanto suo padre non voleva facesse la sua stessa professione, perché?

«Era preoccupato. Mi sono iscritto all’università nel 1992, con il settore dell’edilizia che entrava in crisi dopo il boom del post terremoto. Per fortuna, aggiungo io. Si è costruito fin troppo. E gli studi professionali con qualche collaboratore cominciavano a scomparire. Io ho scelto di fare il ricercatore. Ma lui ci aveva visto giusto, oggi i singoli non sono competitivi. È uno dei motivi per i quali i nostri giovani, appena laureati, vanno via».

I giovani ingegneri che scelgono di lasciare Napoli sono una delle emergenze irrisolte di questa città…

«È una priorità dell’Ordine degli ingegneri individuare soluzioni. Noi stiamo mettendo in campo iniziative per costruire reti. Il sistema degli appalti pubblici e privati è cambiato. Chi si laurea oggi è fortemente specializzato, ma poi il mercato del lavoro chiede una visione di insieme e un approccio a problemi complessi. A Napoli si laureano ingegneri molti bravi, ma i singoli non sono competitivi e i piccoli studi non hanno spazio. Per rispondere ai bandi servono più competenze, fatturati elevati e requisiti che spesso a Napoli e nel Sud mancano, così anche quando si tratta di fondi pubblici per il Mezzogiorno il lavoro va a aziende non di qui. I professionisti e gli imprenditori devono fare rete, anche non fisiche. Ma su questo a Napoli siamo carenti. Stiamo lavorando a questo. E in fretta perché c’è l’opportunità data da Coppa America».

Che ruolo avranno gli ingegneri nei progetti di Coppa America?

«Un contributo molto importante sarà dato per la bonifica di Bagnoli, ma è interessante anche il piano di rigenerazione urbana del Comune di Napoli. In questa città le opportunità ci sono, dobbiamo aiutare i giovani a coglierle. E cresce l’attrazione degli studenti stranieri per la Federico II».

C’è chi dall’estero sceglie Napoli per studiare?

«In Italia è difficile avere il visto, seppure per studio. Ma alla nostra scuola si iscrivono ragazzi del Pakistan, del Sudan e anche cinesi e indiani, con l’obiettivo di vivere in contesti sociali migliori. Teniamo alcuni corsi in inglese. Ma spesso i giovani e le loro famiglie guardano anche ai servizi, alle strutture e non solo alla qualità della formazione. La nostra scuola spesso sale sul podio con Milano e Bologna. Non basta. Servono aule moderne, accoglienti. Oggi ad esempio è fondamentale potere ricaricare il telefono o il tablet. Un ragazzo non poteva tornare a casa un giorno perché aveva il biglietto del treno sul cellulare. E mentre io scrivo alla lavagna ancora con il gesso, loro prendono appunti sul tablet e scattano foto delle spiegazioni».

Dal punto di vista strutturale le università campane sono all’altezza?

«Le aule che stiamo realizzando a San Giovanni a Teduccio sono all’avanguardia. Certo, noi abbiamo molti edifici antichi. Adeguare Palazzo Gravina, ad esempio, non è semplice ed è costoso. Ci proviamo. Poi per i fuorisede stiamo ampliando i servizi. La biblioteca è aperta fino alle 22 e il sabato fino alle 18. Se vivi in una stanza con altri studenti è più comodo fermarsi in facoltà, anche per la criticità dei trasporti».

È stato più felice un anno fa per la nomina a presidente della Scuola o a novembre per l’Ordine?

«L’incarico della Scuola mi inorgoglisce molto, il mio impegno nell’Ordine viene da lontano e già nel 2013 ho avuto un ruolo al vertice. Ma anche l’Ordine deve aiutare i giovani laureati a inserirsi nel mondo del lavoro, i due impegni si legano».

Come presidente degli ingegneri considera efficace il rapporto con le istituzioni?

«Stiamo provando a intensificare la collaborazione non limitandoci all’ascolto, ma avanzando proposte ai vari enti dai Comuni alla Soprintendenza, al Genio civile. Lavoriamo a una iniziativa sul condono, il punto non è proporne un altro o meno. Ma dare risposte ai tantissimi cittadini in attesa e che magari, ad esempio, a Ischia o ai Campi Flegrei non possono accedere ai fondi per il rischio sismico».

Due presidenze, le missioni all’estero e il tempo libero?

«Il segreto è riservare sempre del tempo a me e alla mia famiglia. Nei weekend o durante le vacanze con i viaggi. Nella quotidianità, invece, il mio pensiero è occupato dai giovani studenti, a volte mi pervade anche di notte. Lavoriamo soprattutto per creare contatti con le aziende, nel potenziare i tirocini».

Ce l’avrà una passione?

«Il calcio. Ho la mia squadra del cuore e gioco qualche partita a calcetto».

Per chi tifa?

«Per l’Inter. Mio padre ha trasmesso questa passione a me e ai miei due fratelli. E noi ai nostri figli. È un legame familiare. È ipocrita chi non lo dice. Mia moglie e mia figlia sono simpatizzanti del Napoli, l’anno scorso siamo scesi in strada con amici. È stato bello vedere la città in festa. Ma all’università lo sanno che non tifo Napoli. Tra gli alunni c’è chi cerca di attirarsi le mie simpatie parlandomi dell’Inter. Altri invece mi prendono in giro. L’anno scorso è stata dura, quest’anno vediamo…».

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